Attacco a Damasco, Teheran umiliata studia la vendetta: ma c’è il rischio di una guerra regionale

L’uccisione del generale iraniano Mohammad Reza Zahedi, a Damasco, è per alcuni versi un fatto normale e per altri un fatto straordinario – e riguarda quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza.

A passare in rassegna gli elementi normali, si vede che Zahedi è l’undicesimo ufficiale dei Guardiani della rivoluzione iraniana localizzato in Siria e ucciso da Israele a partire dal 7 ottobre, al quale vanno aggiunti altri sei uomini senza nome dei Guardiani (questa seconda informazione arriva dall’analisi dei corpi trasportati dai voli fra Siria e Iran). E la maggioranza di questi bombardamenti israeliani per decapitare la catena di comando iraniana in Siria è avvenuta a Mezze, il quartiere della capitale Damasco che fa da base operativa per gli iraniani – assieme all’aeroporto internazionale – e ospita anche l’edificio colpito ieri.

Gli attacchi intensi di Israele in territorio siriano sono un fatto regolare. Due giorni prima i jet israeliani avevano bombardato una base militare ad Aleppo, sempre in Siria ma molto più a nord di Damasco, e avevano ucciso trentotto soldati siriani e sette uomini di Hezbollah – un numero di vittime alto rispetto al solito, perché ciascuno di questi raid aerei fa di rado più di cinque-sei vittime. Queste operazioni vanno avanti fin dal 2013, ma dopo il 7 ottobre il loro ritmo ha accelerato. La ragione è sempre la stessa. Israele bombarda gli iraniani in Siria perché vuole evitare che lo Stato confinante diventi, con la compiacenza del dittatore Bashar el Assad, una piattaforma per lanciare attacchi contro le città israeliane da distanza ravvicinata.

(afp)

Ci sono però fatti straordinari. Zahedi è il comandante iraniano più alto in grado a essere ucciso dal gennaio 2020, quando un drone americano colpì il generale Qassem Suleimani sulla strada dell’aeroporto di Baghdad. È stato ucciso in pieno giorno durante una riunione strategica in territorio dell’Iran – perché l’edificio distrutto era su terreno dell’ambasciata a Damasco, quindi per la legge internazionale sul suolo iraniano. All’incontro erano presenti anche il generale iraniano Hossein Aminullah, il suo vice per gestire i dossier Siria e Libano, e il generale iraniano Haj Rahimi, che dirigeva le operazioni in Palestina. E secondo alcuni canali delle milizie filoiraniane, c’erano anche rappresentanti di fazioni palestinesi per decidere che cosa fare nei territori palestinesi.

L’Iran, secondo fonti interne di Hamas, ha preso la decisione strategica di non aiutare il gruppo palestinese nelle ore e nei giorni successivi all’attacco del 7 ottobre, e non ha gettato le sue milizie in una guerra totale al fianco di Hamas. Fu anzi l’Amministrazione Biden a fare pressione sul governo di Benjamin Netanyahu perché non aprisse un secondo fronte in Libano oltre a quello di Gaza. È chiaro però che Teheran intende sfruttare a modo suo la situazione nella Striscia e in Cisgiordania.

C’è il problema della reazione. L’Iran non può permettersi di reagire – perché se bombardasse in via diretta bersagli in Israele darebbero il via a un’escalation imprevedibile, che è quello che ha voluto evitare fino a oggi. Ma non può nemmeno permettersi di non reagire, perché sarebbe un segnale di estrema debolezza.

Quando fu ucciso Suleimani nel gennaio 2020, i militari iraniani risposero con il bombardamento delle basi americane in Iraq per una notte soltanto e fu quasi un’operazione coreografata e senza vittime, in modo che ciascuna parte si potesse ritenere soddisfatta. Ma è escluso che possano coordinarsi con Israele per fare il bis di quello che fecero quella notte.

Le milizie filoiraniane lanciano uno stillicidio di operazioni minori ogni giorno contro obiettivi israeliani o che sono considerati legati a interessi israeliani: succede ogni poche ore al confine libanese, dove il gruppo Hezbollah spara missili e mortai – e viene colpito di conseguenza, ha già perso centinaia di combattenti dal 7 ottobre – e succede tutte le settimane nel Mar Rosso, dove gli Houti prendono di mira le navi, da guerra e commerciali. Se le milizie filo iraniane colpiscono ogni giorno, come si fa a capire che cosa è rappresaglia per il bombardamento israeliano a Damasco e che cosa non lo è?

È possibile che ricomincino gli attacchi dei filo iraniani contro le basi americane in Siria e in Iraq che si erano interrotti il 7 febbraio, ma erano così frequenti che dopo appena due mesi di pausa non sarebbe davvero una notizia.

Messo davanti alla scelta fra escalation e umiliazione, l’Iran per ora prende tempo e dice che la vendetta arriverà al momento e nel luogo giusto, una formula usata anche in passato per dire che non sarà immediata.


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