Berlusconi, una vita all’attacco che ha conquistato anche i non milanisti


Il calcio era la sua passione. Ha saputo unire tutti con le vittorie e soprattutto con la sua idea di calcio spettacolo

Gli piaceva giocare d’attacco, fosse per lui avrebbe acquistato solo centravanti o numeri 10. Berlusconi anche la battaglia contro la malattia l’aveva raccontata come una partita tutta all’offensiva, sapendo già che avrebbe perso. Sul mito dell’invincibilità personale gli piaceva scherzare, anche se non si capiva mai bene dove finisse lo scherzo e dove cominciasse la convinzione personale. Qualsiasi conversazione seria con Berlusconi, anche aspra, finiva nella leggerezza di una chiacchiera su un calciatore, un allenatore, una squadra, che poi era quasi sempre la stessa, il Milan. Si partiva con la sinistra e i magistrati, si finiva con Ancelotti o Allegri.

Arrivò nel calcio in pieni anni Ottanta quando era già il Cavaliere, il signore delle tv. Fu accolto dai tifosi del Milan come il risarcimento ultraterreno per le recenti umiliazioni subite: due retrocessioni, scandali, il fallimento economico all’orizzonte. Gli arrivi a Milanello in elicottero furono un manifesto programmatico: il suo Milan non sarebbe mai stato il club delle mezze misure. Venne poi tutto quello che sappiamo. Nei trentuno anni successivi arrivarono trionfi in serie: le coppe, gli scudetti, i campioni, gli allenatori, le massime sul giuoco, insomma un interminabile spettacolo. Da uomo di televisione capì che il palcoscenico calcistico doveva allargarsi alle platee europee, mondiali. Teneva alle Coppe dei Campioni più che agli scudetti. In un’intervista fatta poco dopo aver preso il Milan, disegnò il futuro con un super campionato europeo allora difficile da immaginare, ma che somiglia alla nuova Champions di Ceferin che vedremo tra due stagioni. Dunque la visione. Subito dopo, certo, gli interessava imporsi. Ma fondamentale era comunque giocare bene. Il concetto che vincere non era importante, ma l’unica cosa che contava, secondo la celeberrima massima di Boniperti, non era per lui. A Berlusconi piaceva vincere con l’applauso. Prese Arrigo Sacchi quando non era ancora nessuno, lo sostenne negli inizi difficili, perché l’allenatore che veniva da Fusignano era il predicatore del calcio che voleva: moderno, spettacolare, vincente. Quella scelta era un azzardo? Meglio, perché era un altro ingrediente indispensabile quando prendeva una decisione importante. Non c’è seduzione senza stupore.

Se nella costruzione dell’impero televisivo, a un certo punto, nel pieno di un contenzioso politico e processuale, era stato decisivo l’intervento del premier Craxi, con il Milan stravinse giocando benissimo senza aiuti se non gli investimenti, ingenti, personali. Il consenso popolare, trasformato nel tempo in consenso politico, nacque lì. Il pallone in Italia è una straordinaria chiave di accesso: consente di arrivare nel più remoto dei paesi con il più efficace dei messaggi. Il Milan di Rocco, l’Inter di Herrera, la Juve di Trapattoni avevano vinto in Europa con un gioco tradizionale, all’italiana. Berlusconi collocò il Milan dall’altra parte della storia, quella dello spettacolo. Il bel giuoco, così diceva, divenne un portentoso slogan, il marchio berlusconiano impresso sulle tante coppe vinte. “Nel calcio ho conquistato tutto” era la frase che pronunciava più spesso, comunque quella che pronunciava più volentieri.

Berlusconi che è stato divisivo in politica, e che da imprenditore televisivo ha suscitato perfino odi, da presidente del Milan sentiva di generare tutt’altri sentimenti, anche negli avversari che batteva. Non parliamo dei milanisti. Qualsiasi tifoso rossonero, fosse pure un feroce nemico politico, nutriva nei suoi confronti una riconoscenza profonda. Il Caimano diventava, appena entrava in uno stadio, il Presidente delle cinque Coppe dei Campioni. Per questo al calcio era tornato, stavolta nel Monza. Un’avventura che sportivamente aveva poco senso per uno che aveva vinto tutto, ma che gli ha comunque regalato il piacere di sentirsi di nuovo il Berlusconi con dentro il furore dei quarant’anni. Un nuovo inizio. Ora che è morto continuerà a dividere, come sempre.

Ha comunque segnato un’era. E nel calcio ha vinto tutto. Questo nessuno può discuterlo.


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