Brocchi su Berlusconi: “Un genio, gli devo tutto”


L’ex centrocampista rossonero e allenatore dei brianzoli ricorda il Cavaliere: “Gli piaceva come giocavo, ha sempre premiato il merito”

Francesco Pietrella

Parola chiave: “visionario”. Cristian Brocchi lo ripete quattro o cinque volte. Quando gli chiedi di Berlusconi ha un tono di voce fermo, ma emozionato. “Mi ha fatto studiare da ragazzo, nel settore giovanile, grazie a lui sono diventato calciatore, allenatore, uomo. L’ho conosciuto quando ero bambino e l’ho vissuto sia al Milan sia al Monza, in campo e da tecnico. Era e sarà speciale”.

Cristian, il suo primo ricordo di Berlusconi?

“Giocavo nelle giovanili, festa di fine stagione. Avrò avuto 14 anni. Quando gli dissi il mio cognome fece una battuta. Diventai rosso come un peperone, ma mi diede subito l’idea di una persona affabile, cordiale, ipnotica. Eravamo ragazzini, ma ci trasmise la mentalità vincente fin dal primo momento. Mi accompagna da tutta la vita”.

Ci racconta perché era speciale?

“Perché quando finivi di chiacchierare con lui ti sentivi in grado di affrontare il mondo con un altro piglio. Aveva leadership, carisma, un pensiero sempre positivo. Berlusconi ti assorbiva. A quasi cinquant’anni posso dire di aver conosciuto molte persone nel calcio, ma lui è stata la più carismatica”.

Dicevano fosse il suo “pupillo”.

“E mi ha sempre dato fastidio. Aveva rispetto e affetto, quello sì, ma mi stimava soprattutto per l’impegno, per come interpretavo il gioco e per l’amore verso il Milan. Mi ha seguito come allenatore per due anni nel settore giovanile e poi mi ha dato in mano la prima squadra nel 2016, per alcuni mesi. Non l’ha fatto solo perché gli stavo simpatico. Ha sempre premiato il merito”.

Ricorda un discorso in particolare?

“Monza-Novara, settembre 2019, prima partita in casa della stagione in Serie C. Da visionario, percepì un filo di ansia negli occhi dei ragazzi, alle prese con figure come me e Galliani, così mi chiese se potesse parlare lui al mio posto. ‘Ci mancherebbe’, gli risposi”.

“Esatto. I giocatori si aspettavano un discorso sulla partita, indicazioni tattiche o giù di lì, e invece Silvio, con l’intelligenza e il solito charme, piazzò due o tre battute per stemperare l’ansia, facendo sorridere la squadra. Funzionò: vincemmo 2-0. A fine anno centrammo la promozione in Serie B”.

Cosa perde il mondo del calcio?

“Un vincente, un genio, un visionario. Una persona che aveva dentro di sé qualcosa di grande e lo trasmetteva agli altri. Non ha mai sbagliato un discorso o un consiglio. Mi ha sempre dato fiducia fin da quando ero un ragazzino. E per questo lo ringrazierò sempre”.


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