Inter-City finale Champions, intervista Roberto Di Matteo: ‘Vincere da sfavoriti si può’


Nel 2012, da subentrato sulla panchina del Chelsea, prima eliminò il Barça di Guardiola e poi fece piangere il Bayern a Monaco: “La nostra vittoria insegna che con la giusta motivazione si può fare qualsiasi impresa…”

Filippo Conticello

Nel circolino d’élite di tecnici italiani che hanno accarezzato una Champions League, lì dove bussa per entrare Simone Inzaghi, è seduto comodamente da un decennio Roberto Di Matteo. Dopo un po’ di detox, è consulente dello Jeonbuk Hyundai, in prima divisione coreana, ma nella memoria resta la sua impresa del 2012. Da subentrato sulla panchina del Chelsea, prima eliminò il Barça di Pep e poi fece piangere i bavaresi in casa loro giocando la finale contro il Bayern con 4 squalificati.

Di Matteo, lei se ne intende di imprese impossibili: vede similitudini tra la sua vittoria e quella che ora cerca l’Inter?

“Noi eravamo sfavoriti, lo sapeva tutto il mondo! E anche l’Inter, in effetti, lo è… Il paragone non calza del tutto perché il City non gioca in casa e la squadra di Inzaghi è al completo. Guardiola ha una squadra incredibile, ma l’Inter ha delle chance. Il mio Chelsea insegna che con la giusta motivazione si può fare qualsiasi impresa”.

E come si fa a dare motivazioni davanti a una sfida tanto difficile?

“Si va in chiesa con tutta la squadra e si dice il rosario… Scherzi a parte, la convinzione fa la differenza. Noi ce l’avevamo: eravamo un po’ ammaccati, ma straconvinta di potercela fare. Lo stesso spirito anima l’Inter: non mi sembra una squadra impaurita”.

Nel 2012 ha eliminato il Barça in semifinale: devi passare sempre da Pep per arrivare alla gloria?

“È più di un allenatore. È un visionario, studioso, creativo: sa quanto competitivi siamo noi italiani, ci teme. Giocare contro di lui può essere, però, una sofferenza: l’ho visto anche quando da allenatore dello Schalke ho affrontato il suo Bayern. Mette sempre qualità dentro a un sistema imprevedibile, cambia quando non te lo aspetti. Prima della semifinale 2012, guardai col mio staff decine di partite per capire se aveva dei punti deboli… Pensavamo a ogni possibile soluzione e il risultato era sempre lo stesso: non c’era verso, sulla carta avrebbero dovuto vincere loro. Ma poi ciò che metti su carta, cambia per magia nella realtà…”.

Ecco, quale magia ha fatto lei? E quale può fare Inzaghi?

“Ho semplicemente puntato su ciò in cui eravamo bravi, sullo spirito di gruppo. Il Barça teneva Dani Alves molto offensivo e, sfruttando il campo lasciato alle sue spalle, abbiamo costruito un gol decisivo a Stamford Bridge. Noi sapevamo chiudere gli spazi e davanti c’era un campione come Drogba. Ma anche Inzaghi ha una squadra quadrata e organizzata: certo, con questo City devi sapere che avrai pochissimo la palla, che farai sacrifici. E che devi fare male quelle poche volte in cui ti è concesso”.

Ma l’Inter ha un suo Drogba? “Premetto che Lautaro e Barella mi piacciono tantissimo: hanno un motore da Premier, sono due pericoli per il City. Il Drogba di questa Inter, però, è il mio amico Romelu: l’ho conosciuto 19enne al Chelsea, quando ero assistente di Villas-Boas. Aveva una fame incredibile. Posso dire che, se sta bene, spacca davvero il mondo. È una besta che non si ferma. E adesso mi pare stia bene…”.

Da conoscitore dei Blues: cosa è successo quando Rom è tornato a Londra? E cosa succederà adesso col suo prestito?

“Posso dire che tutta la famiglia Chelsea si aspettava di aver ripreso un attaccante formidabile, ma non so davvero cosa sia successo con Tuchel. E non so quale sarà la decisione del club che è proprietaria del cartellino. Sicuramente ognuno nella vita dovrebbe fare sempre ciò che lo rende felice…”.

Dzeko o Lukaku: chi dovrebbe iniziare per lei a Istanbul?

“È bello avere un mal di testa del genere. L’avete capito, io stravedo per Romelu, ma anche Dzeko quando gioca è pericoloso. Finora il sistema scelto di Inzaghi ha funzionato: tenere per 60’ Dzeko, poi scatenare la tigre del Belgio”.

Ma quei due reggono il confronto con Haaland?

“Haaland sta strabiliando, ma il motore è De Bruyne, uno che recupera, dà l’assist e poi va a segnare: fa tutto lui. E poi con un’umilità impensabile: neanche si rende conto quanto sia forte! Ma in una finale si può fermare chiunque, anche questo Kevin”.


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