La condanna di Schmidheiny un’amara rivincita, la gente continua a morire

NOVARA – “Colpevole”. Stephan Schmidheiny, il re dell’amianto, è responsabile per la strage dell’Eternit: 12 anni la condanna inflitta ieri per omicidio colposo aggravato. Un verdetto atteso da un’intera comunità che da 40 anni è falcidiata da lacrime e lutti, come testimonia l’elenco di 392 vittime scandite in aula dai giudici. Alle 19 di sera la Corte d’Assise di Novara scioglie la camera di consiglio di 7 ore. E chiude così un processo durato due anni che ancora una volta ha visto l’imprenditore svizzero, uno degli uomini più ricchi d’Europa, essere giudicato per la scia di morti causata dalle sue fabbriche, in questo caso quella di Casale Monferrato, chiusa nel 1986 fuggendo e abbandonando al Comune l’onere di bonificare azienda e territorio. E proprio per questo la Corte ha inflitto al magnate maxi provvisionali per un centinaio di milioni di euro: 50 al comune di Casale Monferrato e 30 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, oltre a indennizzi per le vittime, per le associazioni e per i sindacati

Denaro però che il sindaco della cittadina Federico Riboldi non si aspetta di ricevere: “È un’amara rivincita rispetto alle morti causate, sappiamo bene che difficilmente riconoscerà alle famiglie e al territorio i risarcimenti dovuti”. Giuliana Busto, la presidente dell’associazione Afeva che riunisce le vittime dell’amianto, confida invece che possano essere di sollievo al suo territorio che “vive una strage senza fine. Ogni anno a Casale si ammalano 50 persone e solo la scorsa settimana abbiamo pianto tre vittime: un vigile urbano, il dipendente di un teatro e un ferroviere”. Rischiava l’ergastolo con isolamento diurno Stephan Schmidheiny: questa infatti era la condanna chiesta dai pm Gianfranco Colace e Maria Giovanna Compare, la più alta possibile.

Il magnate svizzero dell'amianto Stephan Schmidheiny

Il magnate svizzero dell’amianto Stephan Schmidheiny (ansa)

Ma non ha retto l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale. Anche questa volta ha prevalso un altro reato, quello colposo. Così oltre un centinaio di casi sono stati dichiarati prescritti. “È stato escluso il dolo e di questo siamo soddisfatti”, commenta l’avvocato Guido Carlo Alleva che difende il patron dell’amianto, insieme al collega Astolfo Di Amato. “Presenteremo appello perché contestiamo colpa e nesso di causalità con le morti”. “Considero questo verdetto un risultato importante frutto di un grande lavoro”, dice il pm Gianfranco Colace. “È stata riconosciuta la responsabilità, sebbene a titolo di colpa, anche per gli omicidi cosiddetti ambientali. E i risarcimenti di tale entità nei confronti della comunità dimostrano questo: l’imputato è responsabile di un delitto ambientale, che era già tema del primo processo”. In quel caso però, il re dell’amianto era stato condannato a 18 anni di carcere.

 

Ma nel 2014 la Cassazione aveva dichiarato tutto prescritto: uno schiaffo per i parenti delle oltre tremila vittime che venivano contestate, all’epoca, dal pm Raffaele Guariniello. E proprio l’ex magistrato teme che questa sentenza possa in futuro non reggere. “Ci sono due sezioni in Cassazione, la quarta e la terza, che hanno orientamenti contrapposti in tema di tumori asbesto-correlati: gli imputati vengono assolti o condannati a seconda dei giudici che pronunciano il verdetto: è un evidente problema”. La sensazione, alla fine, rimane di una giustizia a metà. “Una sentenza agrodolce”, l’ha infatti definita Bruno Pesce, lo storico portavoce delle vittime dell’amianto. Mentre il segretario generale della Cgil, Giorgio Airaudo commenta: “È stato commesso un crimine d’impresa, dalla Thyssen all’Eternit ancora una volta non viene riconosciuto l’omicidio volontario: c’è un buco da colmare”.
 


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