La “foodification” galoppa ma alla città serve (anche) altro

Chiunque mi conosca sa che non mi si può sospettare di non amare il cibo. Come se non bastasse, noi piemontesi abbiamo la fortuna di vivere in un territorio con una tradizione enogastronomica superlativa. Visitare il Piemonte vuol dire avere l’opportunità di mangiare e bere bene e in tanti modi diversi. Da cantine e agriturismi di Roero, Langa e Monferrato a rifugi e trattorie alpine, passando per il panorama ricco e cosmopolita di Torino, ce n’è per tutti i gusti e quasi per tutte le tasche – dico quasi perché se si è rafforzata l’offerta di ristorazione chic, osterie pettinate in cui si spendono 50 o 60 euro a persona, mi sembra che si sia invece compressa quella delle piole più popolari, locali informali in cui si spende il giusto, i sapori soddisfano e si esce contenti. Quando si parla di cibo, c’è però una parola che si affaccia nel dibattito sulle città e in particolare in quello sulla nostra città. Foodification, un mix di food (cibo) e gentrification (in italiano non suona bene, ma si usa ormai spesso “gentrificazione”; cioè un processo di rigenerazione urbana “verso l’alto”, che attrae residenti più ricchi e istruiti allontanando cittadini meno abbienti). La trasformazione di quartieri urbani in distretti gourmet, un locale dietro l’altro, un déhors sopra l’altro. Via negozi (ma anche locali storici), arrivano nuove insegne, emblemi di presunte verticalità culinarie: meno ristoranti, pizzerie e enoteche, più pokerie, toasterie, raviolerie, susherie (sic), magari in franchising. Le strade diventano più chiassose, ma anche più vive, il valore immobiliare cresce, e tutti sembrano contenti.

Lorenzo Pregliasco, fondatore di Youtrend ed esperto di comunicazione

Lorenzo Pregliasco, fondatore di Youtrend ed esperto di comunicazione 

A pensarci ora, fa effetto pensare che nelle settimane più buie dei lockdown del 2020 e del 2021 si prevedeva che la ristorazione sarebbe scomparsa o quasi dalle città. Non è successo, evidentemente. Il settore sembra cambiato, più che scomparso; certo, molti esercenti lamentano la difficoltà di trovare personale disposto a lavorare con gli orari propri di un bar o una trattoria, e i ristoratori subiscono i costi galoppanti di materie prime e energia. Ma se confrontiamo qualunque grande città italiana oggi con quella di vent’anni fa, ci rendiamo conto che il food in tanti quartieri è come esondato, trasformando vie e piazze di San Salvario, Quadrilatero, Vanchiglia e centro quasi in centri commerciali all’aperto, sequenze di locali in cui mangiare e bere. Ovvio: c’è del bello in questa vivacità gastronomica e commerciale, e onore al merito dei tanti torinesi che si alzano tutte le mattine per contribuire, con il loro locale, allo sviluppo del territorio. Ma quello di cui forse faremmo bene a non dimenticarci è che Torino non è Monforte d’Alba: cibo e vino sono doni preziosi, ma a una città come la nostra serve anche altro.


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