Non solo Cosentino: i politici che tremano per le rivelazioni di “Sandokan” Schiavone

Il vecchio padrino ha cominciato a parlare, l’ex potente sottosegretario studia per conseguire un’altra laurea, la seconda. Entrambi sono in carcere. Più volte, negli anni, il nome dell’uno è stato accostato a quello dell’altro. E ora che Francesco Schiavone detto “Sandokan” ha deciso di collaborare con la giustizia, la strada dell’ex boss del clan camorristico dei Casalesi rischia di incrociarsi nuovamente con quella di Nicola Cosentino.

Se dell’ala militare della cosca di Gomorra si conosce praticamente tutto, sugli affari resta probabilmente molto raccontare. Ai magistrati, Schiavone dovrà spiegare se esisteva un “tavolino” e se ne facevano parte, oltre alla malavita organizzata e agli imprenditori collusi, anche esponenti del mondo della politica.

In un verbale del 28 febbraio 2019, ascoltata come testimone pur essendo già inserita nel programma di protezione del figlio primogenito Nicola, la moglie di “Sandokan”, Giuseppina Nappa, affermò di aver «direttamente sentito» il marito «più volte parlare» con un altro familiare «di incontri con il politico Nicola Cosentino», ex leader regionale di Forza Italia, più volte parlamentare già sottosegretario all’Economia tra il 2008 e il 2010.

Poi Nappa aggiunge di riferirsi «con certezza a periodi in cui mio marito era già latitante, vale a dire gli anni 1997-1998». Da undici mesi, Cosentino è in carcere per scontare una condanna definitiva a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione camorristica nel processo che ha ipotizzato infiltrazioni del clan dei Casalesi nella società dei rifiuti Eco4.

In cella, l’ex parlamentare legge libri e studia per conseguire la laurea in Economia dopo quella in Giurisprudenza. In altri processi è stato assolto, anche in questi casi con sentenza definitiva, e non ha altri procedimenti in corso. Eventuali dichiarazioni nei suoi confronti potrebbero dunque riguardare solo presunti fatti nuovi.

Diverso il caso di un altro ex big della politica napoletana, Luigi Cesaro, a lungo parlamentare di Forza Italia, già presidente della Provincia, ora a giudizio in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica.

Le vicende al centro di questa inchiesta, condotta dalle pm Giuseppina Loreto, Celeste Carrano e Antonella Serio, riguardano presunte collusioni di Cesaro non con il clan dei Casalesi, ma con la camorra di Sant’Antimo. Ciò nonostante, non è da escludere che la Procura possa decidere di interrogare “Sandokan” nel corso del dibattimento.

Schiavone ha manifestato la volontà di parlare con i magistrati in un colloquio con il procuratore nazionale Giovanni Melillo e il pm della Dna Antonello Ardituro.

Le sue dichiarazioni sono all’attenzione del procuratore di Napoli Nicola Gratteri e vengono raccolte dal pool composto dai pm Vincenzo Ranieri e Simona Belluccio con il procuratore aggiunto Michele Del Prete.

Gli interrogatori riprendono questa settimana. La legge fissa in 180 giorni il termine per completare il “verbale riassuntivo” di tutti gli argomenti a conoscenza del collaboratore di giustizia.

Detenuto ininterrottamente da 26 anni con 14 ergastoli da scontare, “Sandokan” ha rivendicato di essere stato, prima che un camorrista, un mafioso, «uomo d’onore» legato a Cosa nostra.

Se un “tavolino degli affari” è esistito, è presumibile che per grandi opere come la ricostruzione post terremoto e l’alta velocità ci siano stati collegamenti o spartizioni tra le diverse organizzazioni mafiose. E anche su questo versante potrebbero chiedere chiarimenti i magistrati. Come sulla “terza gamba” del tavolino, i politici.

Quando era ancora un irriducibile della camorra e gli chiedevano di qualche politico, Francesco Schiavone detto “Sandokan” scrollava le spalle: «Veniva a chiedere i voti come facevano tutti quanti». Diceva così, ad esempio, il 20 gennaio 2003, interrogato come imputato al processo “Spartacus”, riferendosi a un ex amministratore del comune di Casal di Principe. Più di vent’anni però sono passati da quell’udienza: allora era ancora un boss, oggi è un collaboratore di giustizia.

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