Processo Eternit bis, Schmidheiny condannato a 12 anni per omicidio colposo

NOVARA – Dodici anni di carcere per aver provocato la tragedia dell’amianto a Casale Monferrato. Alle sei e cinquanta di sera i giudici della Corte d’Assise di Novara consegnano il verdetto che inchioda Stephan Schmidheiny alle sue responsabilità per il processo Eternit bis. Non si è trattato di un omicidio volontario con dolo eventuale come voleva l’accusa, rappresentata dai pm Gianfranco Colace e Maria Giovanna Compare, che aveva chiesto di punirlo con il massimo della pena possibile: l’ergastolo con isolamento diurno. Ma è un omicidio colposo, con “colpa cosciente”, quello per cui è stato condannato l’imprenditore, rimasto l’unico proprietario ancora in vita dell’impero dell’amianto, secondo i giudici presieduti da Gianfranco Pezzone. E questo comporta che gran parte dei decessi, almeno un centinaio, a lui contestati siano ormai dichiarati prescritti.

Ma la Corte ha anche riconosciuto maxi provvisionali che debbono essere date non solo alle vittime, alle associazioni e ai sindacati, ma soprattutto al Comune di Casale Monferrato, 50 milioni di euro e alla presidenza del Consiglio dei Ministri, 30 milioni per le bonifiche. “Considero questa sentenza un grande risultato per il nostro lavoro- commenta il pm Gianfranco Colace- la sentenza ha riconosciuto che è responsabile anche degli omicidi ambientali, cioè di colori che non hanno mai lavorato in fabbrica ma che abitavano intorno allo stabilimento. A Casale ogni anno si ammalano 50 persone: non è finita qua”.

“È stato escluso il dolo e per questo siamo soddisfatti – ribatte invece il difensore Guido Carlo Alleva, mentre presenteremo appello perché contestiamo sia la colpa che il nesso di causalità”. Non è la prima condanna che viene inflitta all’ex patron delle fabbriche di Eternit, 76 anni, milionario svizzero considerato tra i più ricchi d’Europa. A Napoli gli erano già stati inflitti 3 anni e 6 mesi, a Torino un anno e 8. Ma brucia ancora alle vittime lo schiaffo preso dalla Cassazione nel 2014, quando furono cancellati i 18 anni per disastro ambientale nel primo maxiprocesso, in cui si attribuivano alle sue scelte e omissioni circa 3000 vittime per le quattro fabbriche italiane, quella di Casale (Alessandria), di Cavagnolo (Torino), di Rubiera (Reggio Emilia) e di Bagnoli (Napoli).
Ora questa sentenza restituisce loro fiducia anche se Schmidheiny, difeso dagli avvocati Guido Carlo Alleva e Astolfo Di Amato, non ha mai preso parte al processo. In un’intervista a un giornale svizzero si era dichiarato “perseguitato dalla giustizia italiana”.

“È la rivincita di Casale Monferrato ma che arriva al prezzo di una grande sofferenza – commenta Giuliana Busto la presidente Afeva che ha guidato una delegazione di una settantina di casalesi- Una parte di verità e stata detta e un passo avanti è stato fatto: non mi interessa che sia incarcerato, che venga riconosciuto che debba pagare è la cosa più importante. Ha commesso un danno gravassimo dietro ogni nome letto in questa aula c’è una famiglia che piange”. “Un’amara rivincita rispetto alle morti di Casale. – dice il primo cittadino di Casale Federico Riboldi – Questa sentenza è un primo riconoscimento ma è poco, noi sappiamo bene che lui si è trincerato dietro alla sua residenza in Svizzera e difficilmente riconoscerà alle famiglie e al territorio i risarcimenti dovuti. Abbiamo pagato un costo inimmaginabile, i nomi che si ripetono in maniera incessante fanno male e come sindaco ne sento la responsabilità. Siamo sempre venuti in aula con tanta sete di giustizia mai di vendetta: questa comunità meritava di più ma almeno riconosciuto che è colpevole di omicidio colposo”.

“Siamo di fronte a una sentenza importante che riconosce le parti sociali, i danni fatti al territorio, un indennizzo, ovviamente serve un esame più attento e bisognerà che la sentenza regga nei prossimi gradi di giudizio, ma intanto è un inizio su una vicenda che da decenni chiede giustizia – ha detto Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil Piemonte – Restano vive nel processo molte delle parti lese che sono cadute per le scelte del proprietario della Eternit. Non si arriva all’omicidio volontario perché bisogna sottolineare che c’è una carenza, un baco nel sistema legislativo italiano che non riconosce questo tipo di giudizio, come successo per la Thyssen”.

“Si è concluso a Novara il più importante processo per morti sul lavoro in Italia con il riconoscimento della responsabilità penale del magnate svizzero Stephan Schmidheiny – sottolinea Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro – e, anche se, come nel processo Eternit bis di Napoli, non è stato riconosciuto il dolo, finalmente arriva una qualche forma di giustizia per le vittime dell’amianto, i familiari, le istituzioni e le associazioni che ogni giorno lottano per avere più salute e sicurezza per lavoratori e lavoratrici, come Sicurezza e Lavoro. È un segnale importante che può dare rinnovata spinta ad altri processi del lavoro e alla prosecuzione delle bonifiche dell’amianto”.

 


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