Quei capolavori che sono diventati amici e ci invitano a passare le feste a casa loro

Emily ha la consistenza delle farfalle e sembra, già dalla prima occhiata, più morta che viva. Ramses è un ragazzo scolpito nel marmo come fosse vero e ha un sorriso strano. Leo, beh, è Leo: lui e Vincent sono pur sempre gli autoritratti più famosi di tutti i tempi. E poi c’è quell’uomo senza nome, passato alla storia senza che si conoscesse la sua. Ci guarda altezzoso. Forse ci disprezza, oppure non gli importa niente di noi, che poi è lo stesso.

Sono capaci tutti a trascorrere Pasquetta con una tovaglia a quadretti, due uova sode, lo zio Ignazio o la fidanzata. Per una volta abbiamo preferito incontrare quattro amici a casa loro. Al chiuso, nonostante un insolito bel tempo (a Pasquetta di norma piove). La prima amica si chiama Emily e ancora per qualche giorno abiterà al Museo del Cinema, nella mostra dedicata a Tim Burton. Lei è uno dei suoi personaggi più amati, la Sposa Cadavere che s’illude di poter tornare dal regno dei morti per sposare Victor. Insieme ad altri 600 disegni e bozzetti, quella di Emily è una delle scintille di un celeberrimo film d’animazione, ed è anche il cuore di una mostra andata letteralmente a ruba, con prenotazioni chilometriche per un labirinto della fantasia, specchio magico delle visioni di questo incredibile regista. Torino ha avuto una splendida intuizione nel dedicargli la Mole, ed è logico che in tantissimi siano venuti in via Montebello per sposare una ragazza che forse tanto cadaverica non è.

Risalendo verso piazza Castello ci siamo poi fermati da Ramses II, uno dei reperti artistici più noti e preziosi in questa città dal 1824, quando il sovrano egizio fu spostato dal Tempio di Amon, a Tebe, e venne da noi per sempre. La coda per visitare l’Egizio è un classico che vale tutto l’anno e non si è smentita nei giorni pasquali (20.710 visitatori). Ramses, o Ramesse, prende corpo in una delle statue più famose al mondo, scolpita nella scura diorite con scettro, corona di combattimento e tunica plissettata. Nella galleria dei re fa la sua figura, questo è il luogo più scenografico del Museo Egizio dove il faraone ragazzino increspa le labbra e schiaccia i nemici sotto i calzari. Numero di inventario “c. 1380”, datazione stimata 1213 avanti Cristo, Ramesse II è un enigma del passato: piace molto ai turisti e ai bambini che si accalcano sotto la sua veste. C’è chi ha attraversato l’Italia intera per essere qui, oggi, al cospetto del mitico faraone.

A noi è sufficiente attraversare una piazza, quella col castello, per osservare un altro sorriso totemico, tra i simboli dell’arte custoditi a Torino. Lo sguardo ironico, ma senza esagerare, è dell’uomo senza nome che la storia dell’arte indica come Ritratto Trivulzio: lo dipinse Antonello da Messina nel 1476, e lo sconosciuto è lieto di guardarci ancora, più che di essere guardato, dentro Palazzo Madama di cui è un inconfondibile monsù. Piace molto, il “trivulziano” in tunica rossa con riflessi di luce sul viso che si staglia sul fondo scuro. La storia del quadro è da romanzo: la tavoletta di piccolo formato sparisce fino a metà Ottocento per ricomparire e approdare a Torino, dopo lunga diatriba con Milano e scambio di opere a conguaglio, tipo mercato dei calciatori. Anche il Duce ci mise il becco. Ora, però, il messinese è nostro e ci guarda male.

Anche Leonardo, a poche centinaia di metri da qui, ci lancia un’occhiata obliqua di non facile interpretazione. Leo, ci perdoni se lo chiamiamo così, è un vecchio amico di Torino, abita nella Biblioteca Reale da un sacco di tempo e ogni tanto riaffiora, per aspettarci nel suo scuro caveau piuttosto bancario. Siccome la mostra stessa si intitola “A tu per tu con Leonardo”, la confidenza incoraggia a chiamare Leo questo anziano signore alla fine della vita: manca più o meno un anno alla sua morte, quando Leonardo schizza sé stesso a sanguigna, nell’ultima residenza di Amboise, sulla Loira, dove lo chiamò Francesco I.

Secondo il genio fiorentino, ogni sguardo riguarda chi guarda: Leo ci intrigherà per i prossimi tre mesi, con suo fascino magnetico che è tutto occhi (al ritratto non servono quei dettagli che infatti l’autore ha trascurato). Dove guarda, Leo, e perché? La linea che parte dagli occhi cade un po’ lateralmente, pure lui sembra accigliato. Il trascorrere del tempo minaccia il rossore che ombreggia la carta, anche se da una quarantina d’anni le macchie sono stabili.

L’autoritratto più famoso al mondo è piccolino: poco più di trenta centimetri per poco più di venti, e stavolta viene “sceneggiato” come se il visitatore si trovasse nello studio francese di Leonardo da Vinci. Qui si ammirano, in totale, quindici opere del nostro Leo, disegni sui flussi d’acqua di fontane e fiumi, calcoli sulla quadratura del cerchio, segni che tracciano insetti e zampe di cavalli, oltre a sei fogli del Codice Atlantico sul volo degli uccelli: in una pagina, sovrascritto, c’è lo schizzo forse preparatorio dell’autoritratto. Del resto, siamo tutti ombre di ombre.


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