Roland Garros, fuori Sabalenka. Muchova in finale


La n. 2 al mondo, avanti 5-2 e con la chance di chiudere il match cede alla ceca dal tennis spumeggiante che lotterà per il titolo con la n.1

Antonio Cefalù

Contro ogni pronostico, Karolina Muchova giocherà la finale del Roland Garros e avrà la possibilità di vincere il primo titolo Slam della sua carriera. La ceca (numero 43 al mondo) ha sconfitto Aryna Sabalenka (n.2) per 7-6(5) (5)6-7 7-5 giocando una partita memorabile, fra tennis totale e una rimonta impossibile sotto 5-2 e con un match point da disinnescare. Di fronte troverà la campionessa in carica, Iga Swiatek, vittoriosa nella sua semifinale con un faticosissimo 6-2 7-6(7) su Beatriz Haddad Maia (n.14), che ha mancato un set point nel secondo parziale. La tennista polacca non si è solo garantita la possibilità di difendere il titolo ma, grazie alla sconfitta di Sabalenka, è anche sicura di rimanere al primo posto del ranking mondiale, qualsiasi sia il risultato della finale.

tennis champagne

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 Se il Philippe Chatrier fosse stato un teatro, il pubblico parigino si sarebbe alzato in piedi chiedendo il bis. Karolina Muchova (n.43) ha battuto Aryna Sabalenka (n.2) dopo 3h13’ di tennis totale, rispondendo alla potenza della bielorussa con tocco da artista e genio da scienziata del gioco. Sabalenka si è difesa tirando tutto, da tutti i lati, pure più del solito. E avrebbe anche funzionato, se solo non si fosse esibita in un suicidio sportivo in diretta mondiale dopo aver buttato un match point. I due stili erano così diversi da risultare complementari, infatti i primi due parziali sono andati al tiebreak — era successo solo altre due volte nella storia in una semifinale Slam femminile. Alla fine del primo, dopo 1h12’ di passanti a una mano, spericolati serve and volley contro una giocatrice che in media tira più forte di Alcaraz, slice che sembrano rotolare più che rimbalzare, Muchova ha chiuso il set con un perfetto fulminante lungolinea bimane. Come a dire: posso batterti col mio gioco, e pure col tuo. Muchova, 26 anni, ha vissuto una carriera intera con pazienza, tranquillità. Quella con cui ha atteso che gli infiniti guai fisici le dessero una tregua e il suo tennis potesse, finalmente, fiorire. Con tranquillità tecnica e mentale ha affrontato anche la sua seconda semifinale Slam. Sabalenka, che la guardava dall’altro lato della rete mentre le rovinava la vita svolazzando beata da un angolo all’altro del campo, l’ha sofferta nel primo set, ma nel secondo è riuscita ad aggiungere costrutto alla sua foga. Doveva finire lì: un terzo set pareva troppo per Muchova, che col suo sguardo di ghiaccio cercava di mascherare l’ormai totale assenza di benzina nelle gambe. Sabalenka si è lanciata verso il 5-2, ma dal momento in cui ha guadagnato e cestinato un match point ha iniziato a sbagliare tutto, come fosse tornata nel 2022. Muchova ha accorciato gli scambi all’osso, si è affidata a serve and volley e dropshot, ha provato ad automassaggiarsi le gambe pur di non fare entrare un fisioterapista a rompere il ritmo. Ha funzionato: 20 punti a quattro da quel momento, cinque game di fila. “Non ho idea di cosa sia successo. Ho solo provato a lottare, ma ha funzionato. Davvero, non so come”, ha detto Muchova dopo aver singhiozzato dalla gioia in panchina. Sabalenka era già abbondantemente fuori dal campo, corsa via per non farsi vedere dopo aver stracciato un biglietto per la seconda finale major dell’anno.

IGA RESISTE

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Al contrario di Muchova, Haddad Maia partiva due passi avanti con Iga Swiatek. Uno: l’aveva già battuta, lo scorso anno; due: sa come rimontare una grande giocatrice — lo aveva già fatto nei sedicesimi, ottavi e quarti di questo stesso torneo. Certo, c’era un ostacolo mica da poco sulla sua strada: com’è umanamente possibile strappare anche solo un set a questa giocatrice, nel suo torneo e in questo suo famelico stato di forma? La brasiliana la risposta l’ha cercata in ogni angolo del match e con ogni sua forza, c’è andata tanto vicina, ma alla fine non l’ha trovata. Spinta dal tifo del connazionale e tricampione parigino Guga Kuerten, a Bia non sono nemmeno pesate le 13 ore passate in campo in questo torneo (contro le 5h33’ dell’avversaria). Ne ha giocate altre 2h09’ di una lotta che si sarebbe meritata qualcosa in più. Swiatek, inquietata dalla profondità del suo dritto mancino, è stata più fallosa che in altre occasioni, specialmente nel secondo set, in cui è stata forzata a giocare il tiebreak. Ma come capita spesso (o sempre) più ci si avvicinava alla fine, più si entra nella zona Iga. Lì Haddad Maia ha avuto anche un set point, si è ricomposta per annullare una palla del match, ma alla fine Swiatek ha chiuso i giochi. “Cosa ha fatto la differenza oggi? Oh dio, non lo so!”, ha detto lei a fine partita, quasi sorpresa di essere riuscita a chiudere in due set anche la semifinale. “Non è stato facile, lei è una lottatrice. Io sono felice di essere stata così solida negli ultimi punti del tiebreak”, ha aggiunto prima volgere lo sguardo in alto e chiudere con una domanda al pubblico: “Ma cos’è che gridavate, Bia o Iga?”. Qualsiasi fosse, ha funzionato.




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