“Siamo persone non baby gang” , lettera dal carcere dei detenuti


“Sulla stampa ci definiscono ‘bande etniche’, ma siamo ragazzi nati a Torino, siamo persone, non siamo i reati che possiamo aver commesso”. Con una lettera dal carcere Dani, Amza, Giuseppe, Sami e Amin, cinque giovani di età compresa tra i 20 e i 25 anni detenuti nel penitenziario Lorusso e Cotugno prendono la parola e raccontano la durezza della loro condizione. Lo fanno prendendo spunto dai toni usati per raccontare l’assalto ai negozi di via Roma del 2020, anche se loro sono detenuti per altre ragioni.

Nelle due pagine della lettera aperta alla città di Torino, scritta nell’ambito del progetto ‘Lettere dal carcere’ promosso dall’associazione Jonathan finanziato dall’ufficio del garante dei detenuti di Torino e presentata martedì a palazzo Civico, i cinque ragazzi scelgono, attraverso il loro scritto, di intervenire nel dibattito pubblico sulla devianza giovanile in città.

Dani, Amza, Giuseppe, Sami e Amin prendono la parola per liberare il campo dai luoghi comuni. Non ci stanno a essere ghettizzati, definiti come i figli peggiori delle periferie, tratteggiate a loro volta “come luoghi degradati e violenti – sottolineano i ragazzi – i cui abitanti si dividono tra poveri ignoranti e incalliti criminali”.

La lettera é stata presentata nel corso della seduta della commissione consiliare sulle Politiche giovanili alla presenza della garante dei detenuti di Torino Monica Gallo, delle assessore comunali Gianna Pentenero (Rapporti con il sistema carcerario), Carlotta Salerno (Politiche giovanili),  Franco Prina già ordinario di Sociologia giuridica e della devianza dell’università di Torino, e Gianfranco Todesco della polizia municipale.

“Il primo risultato di questo piccolo progetto, ancora in fase sperimentale – sottolinea Gallo – ha dato modo di trovare un momento di confronto molto importante. Per rilevare anzitutto che la scelta del linguaggio sul fenomeno andrebbe migliorata”, aggiunge la garante dei detenuti. “Il tempo vuoto del carcere – afferma ancora – va riempito di contenuti per restituire dei ragazzi più maturi e consapevoli alla società civile”.

Del resto è un concetto che Dani e gli altri esprimono per primi nelle due pagine di lettera alla città. Perché prima di arrivare ai fatti di via Roma, all’assalto al centro cittadino mosso nella notte tra il 26 e il 27 ottobre 2020, con le vetrine in frantumi e il saccheggio dei negozi in via Roma, “l’esclusione sociale – si legge nella lettera – inizia con le parole scelte negli articoli di giornale (un pezzo in particolare che definiva i giovanissimi ‘Bande etniche’) e continua col tempo vuoto dalla ‘branda al carrello’, ovvero, con la mancata applicazione delle misure alternative alla detenzione”.

I giovani delle periferie, continuano i ragazzi, “secondo i media sono pericolosi criminali con nessun rispetto per le regole di convivenza. A fare le spese di questo tipo di narrazione – ragionano – sono tutte le persone che vivono nelle zone periferiche della nostra città, che, perciò, finiscono per essere ancor più ghettizzate e marginalizzate”.

Senza trascurare il rispetto della privacy, con i nomi e i cognomi dei giovanissimi arrestati spesso pubblicati senza scrupoli.

“Questo modo di raccontare le persone – scrivono ancora Dani e gli altri – finisce per definirle con l’etichetta del reato che hanno commesso, senza indagare chi davvero siano e che vissuti abbiano”.

Forse senza farsi sufficienti domande sull’origine della rabbia che ha innescato una notte di violenza cieca e apparentemente immotivata.

“Siamo i figli di Torino”, ripetono i ragazzi. É la garante dei detenuti osserva come sia necessario, per evitare fatti analoghi, implementare i progetti di inclusione sociale per intercettare questi ragazzi, “prima che finiscano i carcere”. 


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