Zagrebelsky per i suoi 80 anni suona Bach. E agli amici: “Tranquilli, solo 3 minuti”


Tra le innumerevoli cose che si possono e si devono dire a proposito di Gustavo Zagrebelsky, una non si sottolinea abbastanza: il professore è una persona molto divertente. Agli amici, allievi, ammiratori e ascoltatori convenuti al Circolo dei Lettori per i suoi 80 anni, l’ex presidente della Corte Costituzionale ha porto una semplice considerazione, al termine dei doverosi discorsi altrui che sanno sempre un po’ di “coccodrillo”, per belli che siano, insomma elogi funebri di un super vivente. Dunque, il professore (maglioncino celeste, uno spartito di Bach tra le dita e vi spiegheremo perché), ha detto: «Sono gratissimo a tutti, però finalmente è finita. Perché se io fossi davvero l’uomo che avete raccontato, un uomo che possiede ogni virtù, sarei un tipo insopportabile, impresentabile. In realtà, dicendo di me le cose belle che pensate si dovessero dire, avete parlato di voi stessi».

Però, professore, al netto delle virtù elencate, che magnifico pomeriggio. C’era, come dire, un soffio d’aria di alta montagna tra le parole e gli sguardi, qualcosa di fresco e pulito che ha rigenerato i polmoni ancora di più, dopo tutte le frasi pesanti e false, e alcune improvvide, dette e ascoltate in questi giorni a proposito d’altri. E siccome qui si doveva dire di giustizia, democrazia, libertà e cultura, il contrasto con le ultime ore di questa bizzarra Italia è sembrato forte, per certi versi addirittura clamoroso.

E ammettendo pure che gli oratori abbiano fatto un poco di autobiografia, è stato un piacere ascoltarli. Così Angela La Rotella si è soffermata sul contributo preziosissimo di Zagrebelsky per Biennale Democrazia (ma lui ha ridimensionato: «Sono soltanto un buon telefonista»). Così Ernesto Franco ha ricordato i giorni della grande fuga da Einaudi, quando Berlusconi comprò la Mondadori, e il professore fu invece tra coloro che accettarono la scommessa di indipendenza, restando. «Alla fine abbiamo vinto», ha commentato lo strepitoso ottantenne, sempre mano nella mano con la moglie Cristina, seduta accanto.

Così Gianluigi Beccaria ha raccontato la comune passione per le parole, per le etimologie e per quelle passeggiate “a tema” tra due nostalgici non tristi. Così Simona Forti ha narrato di come Dostoevskij insegni che non sempre giustizia e diritto coincidono, e come non si possa smettere di interrogarsi sul Male, soprattutto politico (eccola ancora, la mai nominata attualità stridente di queste ore, nel contrasto tra il migliore dei mondi possibili e uno dei peggiori, appena salutato ma non esaurito). Così Ezio Mauro, ascoltato in sala anche da Maurizio Molinari, due direttori del nostro giornale nel racconto di un tempo che cambia, ha spiegato come l’attività giornalistica sia stata per Zagrebelsky il soggetto tentatore della funzione pubblica che, a un certo punto del suo percorso, il professore ha vissuto: sottolineando l’aiuto per capire e decifrare la stagione dei conflitti d’interesse e della grande corruzione che si stava profilando (si era all’inizio degli anni Novanta), e poi le incursioni di Zagrebelsky nelle pagine della cultura non solo per recensire libri, ma per darne nuovo significato con la leva della passione civile, provando a sciogliere i nodi della complessità. Un giornale come vita reale di un paese, non come mera rappresentazione. Così il maestro Lukic Relija ha donato al professore e agli ospiti due suite per violoncello di Bach, prima di mettersi a suonare con l’amico un corale meraviglioso, sempre di Bach. E Zagrebelsky, sdrammatizzando: «Tranquilli, dura solo tre minuti e diciotto secondi».

Tra una parola e un applauso, tra un incanto e un disincanto, ancora con l’eco in sala della più bella musica dell’universo, il professore ha detto alcune altre cose con occhio leggero e parola sopraffina, mai salendo in cattedra (però, ragazzi, che lezione). «Vorrei che oggi fossero con me anche quelli che purtroppo non ci sono più, e che potesse accadere sempre meno di dover dire è troppo tardi. Dopo gli ottant’anni ogni giorno in più è un dono, e quando si riceve un dono si è contenti. Per questo, i miei prossimi anni li vedo non come astio o cattivi umori, ma come il perpetuarsi di questo dono finché sarà. E comunque vi do appuntamento tra dieci o vent’anni. Cercherò di restituire un po’ del molto bene ricevuto, ringraziando soprattutto mia moglie e mia figlia».

Poi il professore ha raccontato il senso del corale di Bach che avrebbe interpretato, «una preghiera a Gesù che può funzionare anche per chi non crede, per chi pensa che sopra di noi esista comunque qualcosa, direi una coscienza. Ma io vorrei interpretare l’invocazione a Gesù come un “vi imploro, amici miei”». E prima di mettersi al piano, Gustavo Zagrebelsky si è soffermato anche sul salmo 85 della Bibbia: «La verità germoglierà dalla terra e la giustizia scenderà dal cielo. Giustizia, ma anche verità e pace. E io vi domando, amici, se non sia proprio questo il momento per riflettere a fondo su queste tre parole».


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